Irena Sendler, sconosciuta eroina dell’Olocausto

“Sono stata educata nella credenza che se si vede qualcuno che annega, si ha il dovere di aiutarlo, indipendentemente dalla sua religione o nazionalità.”

Irene SendlerQuesta la stella polare di Irena Sendler, a  Varsavia nata nel 1910 e morta nel 2008.

Delicata di salute, a due anni ebbe una persistente pertosse che obbligò il padre, che aveva appena aperto uno studio medico a Varsavia, a tornare nella nativa Otwock, dove l’aria pregna di pini fece rifiorire la piccola. E passava il tempo a correre e a giocare con i piccoli coetanei della locale comunità ebraica, ben organizzata, stimata e rispettata da tutti. Come dirà più tardi, quella ebraica è la mia cultura. Non ho dovuto impararla. E’ stata mia da sempre. 

Il padre aprì una clinica per malattie dell’apparato respiratorio che si ingrandì rapidamente, gestita dalla mamma di Irena che amava le persone e il teatro e questo amore trasmise alla figlia. I più poveri non potevano accedere alla sua clinica e allora era lui ad andare da loro la sera. Anche quando scoppiò un’epidemia di tifo non si sottrasse al suo dovere e ne morì. Irena aveva sette anni. La comunità ebraica rimase sconvolta di quella morte e si offrì di pagare gli studi alla bambina. 

Nel 1918 Irena si ammalò per un’infezione alle orecchie che arrivò fino al cervello e rese necessaria una trapanazione; l’operazione andò  bene, ma l’emicrania l’afflisse per tutta la vita. 

L’avanzata dell’armata rossa obbligò Irena e la madre a trovare rifugio presso parenti in altre zone della Polonia, finché non venne il momento di iscriversi all’università. 

Nel 1927 si trasferì con la madre a Varsavia e si iscrisse alla Facoltà di Legge, ma l’avvocatura era considerata una professione maschile e i suoi paludati professori esercitarono un tale ostracismo contro di lei che Irena si iscrisse a Filologia Polacca alla Facoltà di Scienze Umanistiche, percorso che le avrebbe  permesso di iscriversi poi a Pedagogia e diventare maestra di scuola. Ma la breve permanenza nella facoltà di Legge segnò il suo destino: fu lì che rincontrò Adam, il grande amore della sua vita, uno dei piccoli ebrei con cui aveva giocato a Otwock. Simpatizzante comunista, nel 1930 perse il padre e ereditò un’enorme fortuna che devolse interamente in beneficenza. 

Nel 1931 Irena iniziò a frequentare i corsi della professoressa Radlinska, di origini ebraiche ma convertita al cristiainesimo, all’avanguardia nella pedagogia sociale e ideatrice di un progetto di assistenza alle famiglie su base di quartiere che dopo la guerra venne imitato da altri paesi, tra cui la Francia, e che fu negli anni di resistenza la base dell’organizzazione clandestina per salvare i bambini del ghetto. E fu tra le sue assistenti che incontrò quelle che divennero le sue amiche più care e con lei organizzarono la resistenza antinazista.

Nel 1932 iniziò a lavorare presso la sezione materno-infantile del Comitato cittadino di assistenza sociale e fin dal primo giorno fu “affascinata dalla meravigliosa atmosfera, dalla tolleranza e dall’amore per ogni individuo. Sentivo di trovarmi in un altro universo, ma era un mondo che grazie ai miei genitori non mi era estraneo”. Erano cominciate le discriminazioni contro gli ebrei e lei fu subito dalla loro parte. 

Entrata a far parte della resistenza polacca, ricoprì fin da subito ruoli importanti di organizzatrice e coordinatrice di persone e azioni. E quando i nazisti nel 1940 rinchiusero  gli ebrei nel ghetto,  grazie al suo lavoro di assistente sociale, iniziò a portare dentro del cibo e a fare uscire intere famiglie. Poi, man mano che la segregazione diventava più dura, con i sistemi più ingegnosi portò in salvo bambini che i genitori le affidavano per venire accolti fuori dal ghetto da famiglie cattoliche che se ne presero cura. Molti ne portò in quello che era stato il sanatorio diretto dal padre e la popolazione cattolica di Otwock li nascose. Oppure usava la grande chiesa nei pressi del ghetto, in cui i bambini entravano ebrei e uscivano  cristiani, dopo una formazione lampo sul segno della croce, il credo e l’ave maria. 

Pare che Irena ne abbia salvati 2400, ma lei ha sempre ribadito che non fu lei, ma il gruppo  che lei coordinava, a salvarli. Le sue frequenti entrate e uscite non potevano però sfuggire all’occhio vigile dei nazisti e presto la arrestarono e la sottoposero a tortura e sevizie per mesi, fino a spezzarle  le gambe: zoppicò per tutta la vita. Lei non parlò e la rilasciarono, convinti che quella donnina di nessuna importanza si fosse fatta irretire dagli ideali dei rivoltosi polacchi e non sospettarono mai di essersi trovati davanti alla introvabile Jolanta, cui senza esito davano la caccia. 

Irena viveva in una piccola casa con la mamma, di cui si prendeva cura, e ogni sera spargeva sul comodino le cartine di sigarette arrotolati su cui aveva scritto in un codice inventato da lei  l’identità ebraica dei bambini salvati e delle famiglie cattoliche cui erano stati affidati, in modo che dopo la guerra potessero ricongiungersi alle  famiglie. Sapeva che durante le perquisizioni i nazisti arrivavano dappertutto e aveva deciso che non appena li avesse sentiti alla porta, li avrebbe gettati nel giardino dalla finestra, Ma quando la Gestapo arrivò la casa era circondata. Ebbe la prontezza di darli all’amica che era rimasta a dormire da lei, che velocemente li infilò nel reggiseno. 

Quando Irena uscì dal carcere, le due donne li misero in un barattolo di vetro e lo sotterrarono in un giardino nella parte più ricca della città, vicino a un albero di cui si impressero bene  a mente le coordinate. Non appena la guerra finì, corsero in quel luogo per scoprire che tutto era stato distrutto e non si riusciva a identificare né l’albero, né il giardino, nulla.

Ci misero giorni a ricostruire a memoria i dati racchiusi in quel barattolo, ma poi scoprirono purtroppo quasi tutte le famiglie di quei bambini erano morte a Treblinka. Molti di loro non seppero mai di essere nati ebrei.

Finita la guerra Irena ebbe dal marito due figli, ma la loro unione, che aveva resistito ai bombardamenti, alle persecuzioni e alle torture, non resse e si separarono dopo qualche anno, pur rimanendo amici per sempre.

Visse poi fino a 98 anni. Candidata al Nobel nel 2005 (anno in cui l’onorificenza venne assegnata ad Al Gore) morì nel 2008 con il rimorso di non aver fatto abbastanza per i bambini del Ghetto.

Dobbiamo il conoscerla a un professore illuminato, docente in una scuola superiore di una anonima cittadina statunitense, che nel 1999 propose ai suoi studenti un laboratorio per costruire l’identità e la storia di un eroe anonimo dell’Olocausto. Cosa che i suoi studenti e le sue studentesse hanno fatto, partendo dalla sola foto di una donna seduta con accanto una bimba e riuscendo poi a scovare notizie su di lei con incroci ingegnosi su internet, per arrivare infine a Varsavia e farsi raccontare da lei l’intera storia.  

E’ a questa donna così ricca di esperienze, di intelligenza, di immaginazione e di vita che “tenera mente – onlus” dedica oggi il Giorno della Memoria.

Per conoscerla meglio (altri libri speriamo compaiano presto!) rinviamo a: Irena Sendler. il coraggio dell’eroina anonima che salvò migliaia di bambini dall’Olocausto. RBA GRANDI DONNE. Tenaci, creative, uniche, coraggiose, libere. Pubblicazione periodica settimanale. Anno I – Numero 7 – Milano – 12 aprile 2019 (in vendita nelle edicole)

Intelletto d’amore

Maria Montessori

“La realizzazione di se stesso si effettua nel bambino attraverso l’amore.
Può infatti considerarsi come un amore per l’ambiente quell’impulso irresistibile che nel corso dei “periodi sensibili” unisce il bambino alle cose. Non si tratta del concetto che si ha comunemente dell’amore, indicando con tale parola un sentimento emotivo: è un amore d’intelligenza, che vede, osserva, e amando costruisce. Quell’ispirazione che spinge i bambini a osservare si potrebbe chiamare, con un’espressione dantesca, “intelletto d’amore”.

La capacità d’osservare in modo vivace e minuzioso quei tratti dell’ambiente che, per noi adulti, già privi d’animazione, sono del tutto insignificanti, è certamente una forma d’amore. Non è forse caratteristica dell’amore la sensibilità che ci fa notare in un essere cose non viste dagli altri, e registrare particolarità che gli altri non sanno apprezzare e scoprire qualità speciali che sembrano occulte e che solo l’amore può rivelare? L’intelligenza del bambino, poiché egli osserva con amore, e mai con indifferenza, gli rivela l’invisibile. Quest’assorbimento attivo, ardente, minuzioso e costante nell’amore è una caratteristica dell’infanzia.
L’amore nel bambino è ancora privo di contrasti: egli ama perché assimila, perché la natura gli ordina di fare così. Ed egli assorbe ciò che coglie, per farlo parte della sua stessa vita e alimentarne se stesso.
Nell’ambiente, l’oggetto dell’amore è specialmente l’adulto; da lui il bambino riceve gli oggetti e gli aiuti materiali, e da lui prende, con intenso amore, ciò che gli necessita per la propria formazione. L’adulto è per lui un essere venerabile, dalle cui labbra, come da una fonte inestinguibile, escono le parole che gli serviranno per costruire il linguaggio e gli saranno da guida. Le parole dell’adulto agiscono nel bambino come stimoli soprannaturali.
E l’adulto, con le sue azioni, addita al bambino, uscito dal nulla, come si muovono gli uomini: imitarlo significa per il bambino entrare nella vita. Le parole e gli atti dell’adulto lo incantano e lo affascinano fino a penetrare in lui come una suggestione. Perciò il bambino è estremamente sensibile di fronte all’adulto, fino a permettere che l’adulto viva ed agisca in lui stesso. Quello che l’adulto gli dice rimane inciso nella sua mente come se uno scalpello lo avesse impresso nel marmo. Pertanto l’adulto dovrebbe valutare e pesare tutte le parole che pronuncia davanti ai bambini, perché essi hanno sete d’imparare e di accumulare amore.
Di fronte all’adulto il bambino è disposto all’obbedienza fino alle radici dello spirito. Ma quando l’adulto gli chiede che egli rinunci, in favor suo, al comando del motore che sospinge la creatura secondo norme e leggi inalterabili, il bambino non può obbedire. Sarebbe come pretendere di fargli interrompere lo spuntare dei denti durante la dentizione. In natura è come se una rana chiedesse al nero girino di assumere il proprio colore verde o lo obbligasse a respirare coi polmoni prima del tempo imposto dalla natura; o come se una farfalla rompesse il bozzolo della sua ninfa per invitarla a volare.

E’ necessario riflettere che il bambino desidera obbedire e che ama. Il bambino ama l’adulto sopra ogni cosa, mentre al contrario si è soliti dire: “Quanto è amato il bambino dai genitori!” Si dice anche dei maestri: “Quanto sono amati i bambini dai maestri!”. Si sostiene che bisogna insegnare ai bambini ad amare, ad amare la madre, il padre, i maestri, tutti gli uomini, gli animali, le piante, tutte le cose.
Chi realmente ama è invece il bambino, che desidera sentire l’adulto accanto a sé e che si compiace di attirare l’attenzione di lui sopra se stesso: “Guardami, stammi vicino!”.
La sera, quando va a letto, chiama la persona che ama e vorrebbe che non lo lasciasse. L’adulto passa accanto a questo mistico amore senza riconoscerlo: ma badate, quel piccino che vi ama crescerà e scomparirà. Chi vi amerà come lui? Chi vi chiamerà andando a letto, dicendo affettuosamente: “Stai qui con me”, anziché dire con indifferenza : “Buona notte”? Chi desidererà ardentemente starci vicino mentre mangiamo, soltanto per guardarci? Noi ci difendiamo da quell’amore – e non ne troveremo mai uno uguale! – e diciamo inquieti: “Non ho tempo, non posso, ho da fare!”, mentre in fondo pensiamo: “Bisogna correggerli, i bambini, se no si finisce per essere loro schiavi”.
Che cos’è, se non amore, quello che spinge il bambino appena alzato ad andarsene a cercare i genitori? Quando il bambino salta dal letto, presto, al sorgere del sole e va in cerca dei genitori che dormono ancora, accorre solo per rivedere gli esseri che ama. La stanza, forse è ancora buia, ben chiusa, perché non dia fastidio la chiarità del giorno. Il bambino si fa avanti vacillante, col cuore oppresso dalla paura del buio, ma supera ogni timore e va a toccare gentilmente i genitori. Il padre e la madre brontolano: “Ma non ti abbiamo detto tante volte che non devi venire la mattina presto a svegliarci?…” “Non vi ho svegliati – replica – vi volevo dare un bacio!…”
Sì, l’amore del bambino ha immensa importanza per noi. Il padre e la madre dormono tutta la vita, tendono ad addormentarsi sopra tutte le cose, e hanno bisogno di un nuovo essere che li svegli e li rianimi con l’energia fresca e viva che in essi non esiste già più. Senza il bambino che l’aiuta a rinnovarsi, l’uomo degenererebbe. Se l’adulto non cerca di rinnovarsi, una dura corazza si va formando attorno al suo spirito e finisce col renderlo insensibile: e in questo insensato modo il suo cuore si perderà.”

da Maria Montessori: Il segreto dell’infanzia, selezione e sintesi di Enrica Baldi

“tenera mente – onlus” al CSV Lazio di Roma

Il 30 novembre 2019, dalle 10.30 alle 13.00, il CSV (Centro di Servizio per il Volontariato), ospita nella sua sede di via Liberiana 17 una nuova presentazione di “Maestre Montessori in Rwanda”, che vedrà le esperte protagoniste del progetto raccontare non solo gli esiti di quanto è stato fatto nel triennio 2016-2018, ma anche quello che è maturato negli undici mesi che le hanno viste presentare in alcune città d’Italia il libro, che spiega non solo il progetto e il contesto in cui si è sviluppato, ma lo illustra con una quantità di immagini tale da rendere partecipe chi legge dell’intero percorso formativo.

A circa un anno dalla prima presentazione nella Facoltà di Sociologia di “La Sapienza” di via Salaria, ecco “tenera mente – onlus” tornare nuovamente a Roma per la diffusione dei risultati del progetto “Diventare grandi in Rwanda”, realizzato a Kigali con le maestre della scuola materna “Amahoro”, in cui tutti i bambini iscritti sono inviati dai servizi sociali, e con quelle della scuola “Apacope”, gestita da un gruppo di genitori associatisi nel 1992 – due anni prima del genocidio – per la promozione di un’educazione democratica e non discriminatoria.

Il libro racchiude i principi su cui Maria Montessori ha fondato la sua pedagogia, che favorisce l’apprendimento del fanciullo e ne espande la personalità, tutti rigorosamente organizzati in un “vademecum”, concepito per facilitare la comprensione del metodo.

Con questa quarta presentazione a Roma “tenera mente – onlus” intende confermare la sua missione di promuovere il metodo Montessori in situazioni di particolare disagio e sofferenza dei bambini, e dare una risposta alla fiducia che i suoi sostenitori hanno riposto in noi, informandoli sulle azioni già svolte dall’associazione e su quelle che si stanno avviando in Italia e all’Estero, proprio a seguito della diffusione dei risultati sintetizzati in questo libro.

Ricordando infine tutti i progetti che nei dieci anni dalla sua fondazione vedono “tenera mente – onlus” avanzare, proiettandosi con sempre maggior entusiasmo nel futuro, è con sincero piacere che vi invitiamo a partecipare a questo incontro.

Clicca qui per scaricare il CV di “tenera mente – onlus”

Interverranno:

Renzo Razzano, presidente Csv Lazio – Centro di Servizio per il Volontariato

Maria Grazia Rando, coordinatrice dei progetti di “tenera mente – onlus”
Un progetto, un libro: “Diventare grandi in Rwanda” e “Maestre Montessori in Rwanda”.

Anna Rita Guaitoli, psicologa e grafologa
Lo sviluppo della personalità dei bambini dalla Baby alla Middle class nella scuola “Amahoro”

Anita Baruchello, psicoterapeuta infantile e logopedista
Lo sviluppo della personalità dei bambini dalla Middle alla Top class nella scuola “Amahoro”

Enrica Baldi, presidente di “tenera mente – onlus”
Le maestre e i bambini di “Amahoro”

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