Presentazione del libro: Sua Maestà Lo Scarabocchio

ScarabocchioSe mi vorrai bene, se potrò essere il tuo amico…. riuscirai a vedere chi sono, cosa dono a te.

È lo Scarabocchio a parlare. Troppo svilito da troppo facili interpretazioni si nasconde, come il Principe della favola, in un Ranocchio cui non vale la pena dare attenzione. Eppure… quante cose dice quel tratto sulla carta. Da quando si vuole lasciare una prima traccia di sé a quando si schizzano sul foglio segni leggeri o violenti, in un angolo o in tutto il foglio: che dono. Quel segno ci parla del rapporto con il mondo e delle emozioni che vivono inconsapevoli in chi disegna.

Però, bisogna osservarlo con attenzione, individuarne le specifiche grafologiche. Bisogna amarlo, appunto.

Anna Rita Guaitoli

“tenera mente – onlus”
vi invita alla presentazione del libro
Sua Maestà Lo Scarabocchio
Martedì 18 febbraio alle 18.00 a ROMA
Libreria Eritrea, Viale Eritrea 72 M/N (Metro B Annibaliano)

Locandina_Scarabocchio_Roma

Vedi anche:

Sua Maestà, lo Scarabocchio. Per una lettura non banale della traccia grafica

UNA PICCOLA DONNA GRANDE

IMG-20200128-WA0003Vorrei ricordare oggi suor Cécile Nyiragasani, una suora dell’ordine delle Piccole sorelle di Gesù, che a Kigali durante il genocidio dei Tutsi, nel 1994 ha salvato 30 bambini dall’essere trucidati coi loro genitori e altri trenta ne ha accolti negli anni immediatamente a seguire, secondo le segnalazioni che le arrivavano da persone di cuore, che tuttavia non osavano farsi carico loro stesse di quei piccoli, per la minaccia che gli Hinterhamwe (estremisti Hutu) rivolgevano a chiunque aiutasse un sopravvissuto Tutsi.

Suor Cécile era di etnia Hutu – piccola di statura ma di anima immensa – e come tale in grado di trattare alla pari con gli Hinterhamwe che ogni giorno, con i mitra puntati, minacciavano di uccidere lei e tutte le consorelle, se non permettevano loro di entrare e uccidere le famiglie Tutsi cui avevano dato rifugio.

CecileLo sapevano per certo (c’era sempre qualche vicino pronto a fare la spia) ma Cécile negava, e negavano le consorelle.

Invece si nascondeva nel convento una decina di famiglie, i cui membri passavano le ore del giorno stesi sulle travi che sostenevano il tetto della Chiesa, da cui scendevano solo di notte per soddisfare i bisogni vitali.

Ma l’inganno non poteva durare a lungo.

Forse Cécile non avrebbe mai ceduto, nemmeno a prezzo della propria vita e così le consorelle – quelle piccole, grandi, sorelle di Gesù – ma furono i genitori stessi a decidere di consegnarsi agli Hinterhamwe, nel contempo pregandola di intercedere perché i loro figli fossero risparmiati.

E a lei chiesero la promessa che si sarebbe presa cura dei loro piccoli.

Così fu: madri e padri furono trucidati nel patio a impluvio che caratterizza tutte le missioni in Africa, mentre a non più di tre-cinque metri di distanza, chiusa in una stanza, Cècile stringeva a sé quei trenta bambini terrorizzati che udivano le grida dei genitori mentre venivano massacrati a colpi di machete.

martin cecileC’è un modo caratteristico in Rwanda, in cui i bambini salutano le donne adulte, le loro madri o altre “maman” che siano: arrivano correndo, ti cingono la vita con grazia e delicatezza e poggiano il capo sul tuo ventre.

A me è capitato di contare più di una decina di testine appoggiate l’una sull’altra mentre le loro braccine mi cingevano la vita.

Quei bambini che suor Cécile ha salvato oggi sono cresciuti, sono diventati donne e uomini, hanno studiato, si sono laureati. Alcune/alcuni si sono sposati, hanno avuto dei figli e li ho visti, coi loro bimbi ben assicurati alla schiena delle mamme, mentre andavano a trovare Suor Cécile.

Oggi Cécile non c’è più. Se ne è andata il 4 febbraio dello scorso anno e ho avuto la fortuna di passare molte ore con lei nell’agosto 2018.

Il suo pensiero era sempre per “les enfants”, anche se ormai la gran parte di loro si avviano alla trentina, quando non l’abbiano già superata.

E mi piace ricordarla così, piccola donna così ricca d’intelligenza e d’amore, mentre due dei suoi ragazzi (che la superavano ben più di una testa) la salutavano, in ginocchio sulla terra rossa dell’Africa, cingendole la vita e poggiando il capo sul suo ventre.

Irena Sendler, sconosciuta eroina dell’Olocausto

“Sono stata educata nella credenza che se si vede qualcuno che annega, si ha il dovere di aiutarlo, indipendentemente dalla sua religione o nazionalità.”

Irene SendlerQuesta la stella polare di Irena Sendler, a  Varsavia nata nel 1910 e morta nel 2008.

Delicata di salute, a due anni ebbe una persistente pertosse che obbligò il padre, che aveva appena aperto uno studio medico a Varsavia, a tornare nella nativa Otwock, dove l’aria pregna di pini fece rifiorire la piccola. E passava il tempo a correre e a giocare con i piccoli coetanei della locale comunità ebraica, ben organizzata, stimata e rispettata da tutti. Come dirà più tardi, quella ebraica è la mia cultura. Non ho dovuto impararla. E’ stata mia da sempre. 

Il padre aprì una clinica per malattie dell’apparato respiratorio che si ingrandì rapidamente, gestita dalla mamma di Irena che amava le persone e il teatro e questo amore trasmise alla figlia. I più poveri non potevano accedere alla sua clinica e allora era lui ad andare da loro la sera. Anche quando scoppiò un’epidemia di tifo non si sottrasse al suo dovere e ne morì. Irena aveva sette anni. La comunità ebraica rimase sconvolta di quella morte e si offrì di pagare gli studi alla bambina. 

Nel 1918 Irena si ammalò per un’infezione alle orecchie che arrivò fino al cervello e rese necessaria una trapanazione; l’operazione andò  bene, ma l’emicrania l’afflisse per tutta la vita. 

L’avanzata dell’armata rossa obbligò Irena e la madre a trovare rifugio presso parenti in altre zone della Polonia, finché non venne il momento di iscriversi all’università. 

Nel 1927 si trasferì con la madre a Varsavia e si iscrisse alla Facoltà di Legge, ma l’avvocatura era considerata una professione maschile e i suoi paludati professori esercitarono un tale ostracismo contro di lei che Irena si iscrisse a Filologia Polacca alla Facoltà di Scienze Umanistiche, percorso che le avrebbe  permesso di iscriversi poi a Pedagogia e diventare maestra di scuola. Ma la breve permanenza nella facoltà di Legge segnò il suo destino: fu lì che rincontrò Adam, il grande amore della sua vita, uno dei piccoli ebrei con cui aveva giocato a Otwock. Simpatizzante comunista, nel 1930 perse il padre e ereditò un’enorme fortuna che devolse interamente in beneficenza. 

Nel 1931 Irena iniziò a frequentare i corsi della professoressa Radlinska, di origini ebraiche ma convertita al cristiainesimo, all’avanguardia nella pedagogia sociale e ideatrice di un progetto di assistenza alle famiglie su base di quartiere che dopo la guerra venne imitato da altri paesi, tra cui la Francia, e che fu negli anni di resistenza la base dell’organizzazione clandestina per salvare i bambini del ghetto. E fu tra le sue assistenti che incontrò quelle che divennero le sue amiche più care e con lei organizzarono la resistenza antinazista.

Nel 1932 iniziò a lavorare presso la sezione materno-infantile del Comitato cittadino di assistenza sociale e fin dal primo giorno fu “affascinata dalla meravigliosa atmosfera, dalla tolleranza e dall’amore per ogni individuo. Sentivo di trovarmi in un altro universo, ma era un mondo che grazie ai miei genitori non mi era estraneo”. Erano cominciate le discriminazioni contro gli ebrei e lei fu subito dalla loro parte. 

Entrata a far parte della resistenza polacca, ricoprì fin da subito ruoli importanti di organizzatrice e coordinatrice di persone e azioni. E quando i nazisti nel 1940 rinchiusero  gli ebrei nel ghetto,  grazie al suo lavoro di assistente sociale, iniziò a portare dentro del cibo e a fare uscire intere famiglie. Poi, man mano che la segregazione diventava più dura, con i sistemi più ingegnosi portò in salvo bambini che i genitori le affidavano per venire accolti fuori dal ghetto da famiglie cattoliche che se ne presero cura. Molti ne portò in quello che era stato il sanatorio diretto dal padre e la popolazione cattolica di Otwock li nascose. Oppure usava la grande chiesa nei pressi del ghetto, in cui i bambini entravano ebrei e uscivano  cristiani, dopo una formazione lampo sul segno della croce, il credo e l’ave maria. 

Pare che Irena ne abbia salvati 2400, ma lei ha sempre ribadito che non fu lei, ma il gruppo  che lei coordinava, a salvarli. Le sue frequenti entrate e uscite non potevano però sfuggire all’occhio vigile dei nazisti e presto la arrestarono e la sottoposero a tortura e sevizie per mesi, fino a spezzarle  le gambe: zoppicò per tutta la vita. Lei non parlò e la rilasciarono, convinti che quella donnina di nessuna importanza si fosse fatta irretire dagli ideali dei rivoltosi polacchi e non sospettarono mai di essersi trovati davanti alla introvabile Jolanta, cui senza esito davano la caccia. 

Irena viveva in una piccola casa con la mamma, di cui si prendeva cura, e ogni sera spargeva sul comodino le cartine di sigarette arrotolati su cui aveva scritto in un codice inventato da lei  l’identità ebraica dei bambini salvati e delle famiglie cattoliche cui erano stati affidati, in modo che dopo la guerra potessero ricongiungersi alle  famiglie. Sapeva che durante le perquisizioni i nazisti arrivavano dappertutto e aveva deciso che non appena li avesse sentiti alla porta, li avrebbe gettati nel giardino dalla finestra, Ma quando la Gestapo arrivò la casa era circondata. Ebbe la prontezza di darli all’amica che era rimasta a dormire da lei, che velocemente li infilò nel reggiseno. 

Quando Irena uscì dal carcere, le due donne li misero in un barattolo di vetro e lo sotterrarono in un giardino nella parte più ricca della città, vicino a un albero di cui si impressero bene  a mente le coordinate. Non appena la guerra finì, corsero in quel luogo per scoprire che tutto era stato distrutto e non si riusciva a identificare né l’albero, né il giardino, nulla.

Ci misero giorni a ricostruire a memoria i dati racchiusi in quel barattolo, ma poi scoprirono purtroppo quasi tutte le famiglie di quei bambini erano morte a Treblinka. Molti di loro non seppero mai di essere nati ebrei.

Finita la guerra Irena ebbe dal marito due figli, ma la loro unione, che aveva resistito ai bombardamenti, alle persecuzioni e alle torture, non resse e si separarono dopo qualche anno, pur rimanendo amici per sempre.

Visse poi fino a 98 anni. Candidata al Nobel nel 2005 (anno in cui l’onorificenza venne assegnata ad Al Gore) morì nel 2008 con il rimorso di non aver fatto abbastanza per i bambini del Ghetto.

Dobbiamo il conoscerla a un professore illuminato, docente in una scuola superiore di una anonima cittadina statunitense, che nel 1999 propose ai suoi studenti un laboratorio per costruire l’identità e la storia di un eroe anonimo dell’Olocausto. Cosa che i suoi studenti e le sue studentesse hanno fatto, partendo dalla sola foto di una donna seduta con accanto una bimba e riuscendo poi a scovare notizie su di lei con incroci ingegnosi su internet, per arrivare infine a Varsavia e farsi raccontare da lei l’intera storia.  

E’ a questa donna così ricca di esperienze, di intelligenza, di immaginazione e di vita che “tenera mente – onlus” dedica oggi il Giorno della Memoria.

Per conoscerla meglio (altri libri speriamo compaiano presto!) rinviamo a: Irena Sendler. il coraggio dell’eroina anonima che salvò migliaia di bambini dall’Olocausto. RBA GRANDI DONNE. Tenaci, creative, uniche, coraggiose, libere. Pubblicazione periodica settimanale. Anno I – Numero 7 – Milano – 12 aprile 2019 (in vendita nelle edicole)

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